Da 5 anni mi dedico al benessere femminile attraverso cerchi di donne, la terapia mestruale e biodecodifica dei sintomi, l’erboristeria femminile, e il movimento somatico.

Questo cammino è nato, come spesso accade, da una necessità personale di riconnessione con il mio corpo e la mia essenza più profonda quando a 36 anni mi sono resa conto di non essere realmente felice con la vita che avevo costruito per sentirmi “al sicuro” e accettata dalla società.
Mi sono posta tante domande e, per la prima volta dopo tanti anni, ho ascoltato le risposte del cuore.
La mia vita apparentemente “perfetta” con una casa, un marito, un lavoro nel turismo che mi piaceva, ha iniziato a sgretolarsi. Io a lasciar cadere maschere che avevo indossato per troppo tempo per lasciar emergere la parte di me selvatica e sognatrice che avevo taciuto.
E’ stato un processo doloroso fatto di scelte coraggiose ma che pian piano mi hanno condotta su quello che ora sento essere il mio cammino.

Nel frattempo anche il corpo ha iniziato a mostrare segnali e richieste di aiuto con una endometriosi profonda che mi ha permesso non solo di riconnettermi col mio corpo e il mio ciclo mestruale, prendendomi la responsabilità della mia salute, ma anche di interrogarmi su temi profondi come le ferite della mia bambina interiore e le impronte delle memorie uterine, che stavano condizionando la mia vita e il mio potere creativo.
Tra questi temi si faceva sentire forte quello della maternità. 

Come ogni donna over 35 mi chiedevo se la mia latitanza fino a quel momento fosse realmente l’assenza di desiderio di diventare madre o piuttosto il risultato di tutte quelle emozioni derivate dalle impronte di nascita che avevano creato in me una paura fottuta della gravidanza e del parto.

Ho cercato a lungo la risposta tramite la radiestesia, la meditazione, rituali, costellazioni famigliari, lavori energetici intensi. Fino a vedere, o meglio sentire, quello che la mente rendeva così confuso.

Nonostante i pronostici medici contrari riguardo ad una possibile gravidanza naturale con la mia condizione medica e l’età, a 39 anni sono rimasta incinta.
Ahimè non ero ancora pronta, o forse dovevo passare attraverso anche all’esperienza di un aborto per poter comprendere e sanare alcune questioni in sospeso legate al sentirmi sicura nel mio nido, inteso sia come fiducia nel mio corpo (che ho compreso può fare miracoli!), sia nei miei talenti, che possono fornirmi un’adeguata sicurezza economica.

La decisione di un viaggio a lungo termine in Sud America è stata pertanto non solo la realizzazione di un sogno che avevo parcheggiato per molti anni, ma anche l’occasione per incontrare nuovi strumenti di guarigione.

E così è stato. Dopo un inaspettato incontro con un medico botanico nel sud della Colombia, a San Augustin, dove ci siamo fermati per un mese per seguire una terapia con piante medicinali (non psicoattive) del paramo e dell’amazzonia, una serie di incontri non casuali avvenuti prima della partenza, mi hanno condotta nella selva ecuadoriana presso una clinica di medicina ancestrale.

Mi avevano parlato delle parteras, ovvero ostetriche indigene che accompagnavano le donne al parto tradizionale verticale con il supporto di piante medicinali e ne ero rimasta affascinata. 

Quello che non mi aspettavo è che mi sarei buttata in 10 giorni di corso in parteria. 

Io, che svengo solo a vedere il sangue. 

Io, così terrorizzata da tutto quel che riguardava il parto. 

Eppure è stata una chiamata spontanea a cui ho deciso di affidarmi.
Ed è stata un’esperienza intensa e trasformativa.

Amupakin: le parteras tradizionali dell’Ecuador

parteras ecuador

Amupakin è un’associazione nata nel 1998 dal sogno visionario di María Antonia Shiguango, partera tradizionale, che nel corso degli ultimi 30 anni ha radunato e formato parteras e curandere per poter preservare la saggezza ancestrale della parteria delle popolazioni indigene kichwa.

Le parteras che tradizionalmente aiutavano le donne dei villaggi a partorire in casa, oggi offrono servizio gratuito di monitoraggio e assistenza durante la gravidanza e parto presso la clinica di medicina ancestrale situata a Archidona, nella provincia del Napo in Ecuador.

La particolarità è che, come da tradizione, viene praticato il parto verticale, ovvero in piedi o sedute, e con l’ausilio solo di piante medicinali raccolte e preparate al momento dal giardino circostante la clinica.

L’associazione si occupa però anche di progetti di farmacia verde creando prodotti di medicina naturale con le piante della chakra (terra-campo) come il sangre de drago (potente cicatrizzante e rimedio per la gastrite) o lo shampoo di chonta, efficace nel contrastare la caduta dei capelli.

Le mamas (donne sagge) offrono inoltre servizi di cura per svariati sintomi non solo per le donne, attraverso le piante medicinali e i propri pajus (doni di cura), tra cui la medicina del tabacco.

Infine, il centro organizza progetti di informazione e divulgazione anche attraverso laboratori e residenziali per visitatori interessati a conoscere questa cultura antica.

Durante la mia permanenza al centro ho infatti potuto apprendere, oltre alla tradizione della parteria ancestrale, anche altri interessanti saperi legati all’artigianato come la tessitura della shigra (tipica borsetta fatta con una tecnica di nodi stile macramé) partendo dall’estrazione del filato dalla pianta di pita, l’intreccio delle tipiche ceste ashanga ricavando la lisan (fibra naturale) dalla pianta di paja toquilla, oppure la produzione della chicha, bevanda popolare in Sud America ottenuta dalla fermentazione solitamente del mais ma anche di altri frutti o cereali, in questo caso del frutto della chonta (una specie di albicocca che sa di zucca).

Ho potuto inoltre conoscere un pò riguardo alla cosmovisione kichwa per la quale esistono gli apu (spiriti protettori di ogni essere vivente e della natura) e i paju (i doni che ogni persona può avere, spesso ereditati dal proprio lignaggio), oltre che il potere delle piante, ben racchiuso in questo detto:

Si no hay plantas no hay salud, si no hay salud no hay humanidad”.

Le piante oltre che come medicina vengono infatti utilizzate per creare strumenti di lavoro e di utilizzo quotidiano, oppure per la awina, trucco tradizionale che si realizza con i pigmenti dell’achiote (frutto della selva), con i quali donne e uomini si disegnano sul volto linee, spirali, cerchi, fino a formare figure iconografiche più complesse che li rappresentano.

Io per esempio ho creato il mio unendo tre simboli: il ciclo della vita (cerchio con punto al centro), il caracol (lumaca) come simbolo di protezione, il legado (generazione) inteso come tramando della conoscenza per rappresentare il messaggio “che ci sia forza e protezione in ciascuna tappa della vita e che possa tramandarsi alle generazioni future”.

awina

Un’altra tradizione super interessante che ho potuto vivere è quella della cerimonia della Wayusa Upina, un rituale che in passato veniva celebrato dalle famiglie ogni giorno prima di iniziare la giornata lavorativa nella chakra. 

Inizia infatti alle 2 di notte radunandosi tutti intorno al fuoco e preparando la wayusa, un infuso utilizzato nella selva al posto del caffè in quanto questa pianta amazzonica millenaria ha potere energizzante e antiossidante, viene infatti utilizzata anche nel post parto per evitare la formazione di grumi di sangue.

A seguire si beve la chicha e si condividono chiacchiere riguardo alle mansioni da svolgere durante il giorno, interpretazione dei sogni, etc. mentre le donne tessono o intrecciano ceste.

cerimonia wayusa upina

Al termine si può celebrare la ceremonia de la pachina (conosciuta anche come cerimonia della semina) in cui si offrono cibo, bevande, foglie di coca, e qualsiasi altro elemento considerato sacro, alla Pachamama per ringraziarla e chiederle abbondanza del raccolto.
Quando ho partecipato io in realtà anziché quest’ultima pratica abbiamo sperimentato la medicina del tabacco, applicando negli occhi alcune gocce di un preparato a base di foglie di tabacco con lo scopo di pulire (non solo fisicamente ma anche energeticamente) e aprire la visione.

Parteria ancestrale: chi sono le parteras?

La parteria ancestrale riconosce le mamas parteras come donne che hanno ricevuto doni e conoscenza riguardo al parto tradizionale e alle piante medicinali dai propri antenati o da altre donne sagge della comunità.

In passato l’associazione Amupakin è arrivata a contare fino a 75 parteras, purtroppo però a inizio degli anni 2000 la mancanza di fondi ha fatto sì che molti mariti abbiano fatto ritirare le proprie mogli dal progetto perciò oggi (io sono stata nel marzo 2025) sono rimaste solo 8 parteras che offrono il proprio servizio di forma praticamente gratuita, alternandosi con turni che permettono il presidio 24 ore della clinica.
L’associazione si sostiene economicamente solo attraverso fondi privati, donazioni e il ricavato dei servizi turistici e medici offerti, ad eccezione di quelli rivolti alle donne in gravidanza che sono totalmente gratuiti per renderli accessibili a donne di qualsiasi fascia sociale.

Io ho avuto il piacere di conoscere e affiancare durante il proprio lavoro 6 parteras che mi hanno accolta la mattina del primo giorno “ufficiale” in un cerchio intorno al fuoco durante il quale ognuna si è presentata raccontandomi come è diventata partera, quanti parti ha assistito, le proprie gravidanze:

Mama Adela, presidente dell’associazione, ha imparato da piccola dalla sua nonna e poi dalle parteras della comunità. Madre di 3 figli, di cui il secondo l’ha partorito da sola nelle acque del fiume, uno in ospedale dove ha subito violenza ginecologica.

Mama Ofelia, figlia della fondatrice Maria Antonia, che si occupa principalmente della parte organizzativa e di gestione, insieme a sua figlia Gisela. Ofelia racconta che già da piccola assisteva a parti con sua madre ma in realtà non aveva mai desiderato diventare partera. Ha un fare molto determinato però le piace anche molto ridere e scherzare, un pò come a tutte le mamas.

Mama Catalina, la più anziana (ha più di 70 anni), madre di ben 15 figli e con una lunga esperienza assistendo parti. Purtroppo non sono riuscita a condividere molto con lei in quanto parla quasi esclusivamente in lingua kichwa, però ricordo i suoi occhi vivaci e sorriso riservato come una bambina.

Mama Ines, grande esperta di piante medicinali e di pita, madre di 4 figli (di cui 2 gemelli) quasi tutti partoriti in casa. 

Mama Flora, arrivata ad Amupakin solo da un paio di anni, ha appreso i segreti della medicina ancestrale dal suocero che era sciamano. Si è avvicinata al mondo della parteria in seguito a due brutte esperienze personali di parto cesareo in ospedale.

Mama Zoila, la più giovane e recentemente arruolata, arrivata ad Amupakin da 3 anni perciò si dice ancora in formazione.

Parteria ancestrale: parto verticale e piante medicinali

Sono arrivata ad Amupakin il giorno del mio compleanno (9 marzo) per iniziare il mio corso di formazione dal giorno seguente, il lunedì, in cui avrei incontrato tutte le mamas e ricevuto maggiori informazioni riguardo al programma.
Peccato che alle 5 del mattino sento bussare alla porta del mio bungalow chiamando “hay parto!” (c’è un parto). 

Ancora mezza assonnata e frastornata, impiego alcuni minuti per capire cosa sta succedendo e che sono invitata a raggiungere la sala parto.

Lì mi ritrovo di fronte ad una giovane ragazza in travaglio da un paio d’ore aiutata da Mama Adela e Mama Zoila.
Non so bene cosa fare e ho persino paura a pormi frontalmente alla donna perché non ho idea di cosa stia succedendo, non mi sento minimamente preparata.

Descansa, no empuja” (“riposa, non spingere”), dice Mama Adela alla partoriente tra una contrazione e l’altra. 

Zoila nel frattempo corre da tutte le parti preparando beveroni di piante medicinali che vengono somministrate alla futura mamma insieme a radice di zenzero da masticare per sostenere l’ energia.

Io mi guardo intorno sconcertata dalla semplicità dell’ambiente, in cerca di qualche strumento famigliare e chiedendomi come possano gestire un momento così complesso e delicato con pochi semplici supporti:  la tipica karawaska (cinghia ricavata intrecciando fibre di una corteccia, attaccata al soffitto in modo che la partoriente possa aggrapparsi per sostenersi e facilitare la discesa del bimbo), una sedia scanalata dove potersi sedere mantenendo comunque una postura verticale, un materassone tipo quelli da palestra, una bacinella da bucato ricoperta da un sacco nero della spazzatura dove raccogliere tutti i liquidi del corpo, un rotolo di carta igienica per asciugare man mano le perdite, un panno di cotone con cui ricevere il bebé, un cordino di fibra naturale di banano (palanda) e una palettina tipo da caffè di bambù (shapa) con cui chiudere e poi recidere il cordone ombelicale, una cesta dove raccogliere la placenta che viene successivamente interrata.
Basta. Niente altro. Se non piante varie scelte e preparate per far fronte a vari casi di emergenza da emorragie, anemia, ritardo della discesa della placenta, calo di pressione etc.

Vengo chiamata per fare luce con la torcia del cellulare perciò mi inginocchio di fronte alle gambe divaricate della donna. Vedo la testolina che già sbuca dalla vagina dilatata. 

Con mio grande stupore sono inspiegabilmente calma. Osservo con meraviglia questo momento sacro che da millenni le donne di tutto il mondo compiono nella più straordinaria naturalezza.

Finché arriva, è una bimba, lancia il suo primo grido. 

Pochi minuti dopo scende la placenta. Mama Adela la prende a mani nude e rivolta la guaina, ponendola poi nella cesta con la cenere.

Aiuto passando il necessario alle mamas che mi spiegano che il cordone ombelicale viene prima chiuso col filo di platano a 2 cm e mezzo di distanza se è femmina, oppure 3 se maschio. Una volta chiuso viene tagliato con la paletta di bambu a 2 dita dalla chiusura. 

A seguire accompagnano la mamma nella sua camera fornendole delle foglie ripiene di cenere per tenere il grembo caldo ed evitare la formazioni di grumi di sangue. Le danno da bere brodo di ossa di pollo per riprendere le forze.

Zoila procede poi a lavare la nuova nata tenendola sulle ginocchia seduta in una doccia, si versa in bocca un preparato di piante medicinali e poco a poco lo soffia sulla piccola tipo fontanella per pulirla e purificarla.

E’ poi il momento della semina della placenta nel giardino della clinica, dove le due mamas cantano in kichwa un ringraziamento alla Pachamama chiedendo che la bimba possa crescere forte e sana come la pianta che porrà le sue radici in quella placenta che per 9 mesi è stato il suo nutrimento.

Sono le 7:30. E’ accaduto tutto così in fretta che non ho avuto nemmeno il tempo di rendermene conto. Vengo congedata e posso tornare a dormire un paio d’ore.
L’adrenalina ora si fa sentire. Scrivo le mie impressioni e emozioni nel mio diario.
Nei 10 giorni a seguire avrò modo di elaborare e comprendere come ogni parto assistito sia stato un messaggio chiaro per me, uno strumento per sanare cose profonde.

La mia esperienza con la parteria ancestrale

 

La mia guarigione: rinascere a me stessa

Se mi avessero chiesto a marzo perchè abbia scelto di recarmi ad Amupakin per frequentare questo corso di formazione sulla parteria ancestrale non avrei saputo rispondere. 

In fondo mi occupavo di benessere femminile già da qualche anno ma non avevo mai minimamente preso in considerazione il tema dell’assistenza al parto di cui non conoscevo assolutamente nulla.
Solo al termine di questa breve ma intensa esperienza ho realizzato che ero lì prima di tutto per sanare le mie impronte di nascita.

Ogni parto mi ha messa di fronte alle mie paure e mi ha aiutata a elaborare i miei pensieri limitanti sulla gravidanza, il parto e, più in generale, il miracolo della nascita e il potere creativo.

La prima nascita a cui ho assistito è stata inaspettata ed ha subito sfatato la mia convinzione di essere facilmente impressionabile. Ho infatti mantenuto una calma insolita come se mi sentissi perfettamente a mio agio in quella situazione, chissà che questo senso di familiarità non sia una qualche memoria di vite passate?
Questo parto mi ha stupida per la rapidità e compostezza della partoriente che non ha emesso nemmeno un urlo. Ed io che avevo l’immagine di donne urlanti e sofferenti come nei film o nei racconti di amiche e conoscenti.
La cosa che però mi ha più colpita è che la madre non ha nemmeno guardato la bimba quando è nata, lasciandomi con una strana sensazione. 

Solo al giorno seguente ho saputo che era una bimba non voluta e che la madre aveva scelto di “regalarla” alla vicina di casa affinché se ne prendesse cura, aprendo in me una riflessione sulla ferita di abbandono di cui soffro, seppur non per questa stessa motivazione.

La seconda donna partoriente è arrivata la mattina presto del giorno in cui la luna piena era offuscata da un eclissi. E non è stata quindi una sorpresa per me il fatto che il bimbo non avesse la minima intenzione di uscire! 

La madre è rimasta tutto il giorno passeggiando finché alla sera intorno alle 22 (come predetto dalla esperta Mama Catalina) è iniziato il travaglio.
Le parteras che stavano assistendo al parto hanno informato che il bimbo era in posizione podalica ma che non c’era alcun problema nel portare avanti il parto in maniera naturale.
Nonostante le rassicurazioni, la donna dopo un paio di ore, presa dalla paura, ha preferito recarsi in ospedale per procedere con un parto cesareo. 

“Che peccato. Non si è fidata”, dice Ofelia.

Comprendo e riconosco in me quella paura nell’affidarsi totalmente, non solo alle parteras, ma prima di tutto a se stessa perché come ripetono sempre le mamas, sono la madre e il bimbo che fanno tutto, non c’è bisogno di interferire.
Ci ho riflettuto a lungo in quei giorni e mi sono chiesta se io mi sentirei al sicuro a partorire lì assistita dalle mamas e la risposta è stata “Sì”.

Il penultimo giorno arriva una nuova donna accompagnata dal compagno, entrambi molto giovani, appena ventenni.
Questa volta sono stata coinvolta in prima persona anche nel sostenere la donna, massaggiando la schiena e aiutando con la bimba appena nata.

E’ stato un parto un pò più complicato perché la dilatazione non era sufficiente e quindi Mama Catalina ha continuato con pazienza ad applicare un ingrediente segreto utilizzato dalle parteras come lubrificante, ovvero una specie di unguento (aceite de gallina criolle) ricavato dal grasso di gallina (lo so fa un pò impressione immaginare di spalmarlo nelle zone intime).

Questo parto è stato per me profondamente commovente perché il padre era coinvolto direttamente nel sostenere la futura mamma, sostenendola durante le spinte fino a tenerla sulle proprie gambe nel momento della nascita.

Porterò per sempre in me questa immagine del miracolo della nascita in cui il maschile supporta il femminile.

Una volta nata la bimba mi è stata affidata per le pratiche di routine (misurare peso e lunghezza) mentre le parteras si prendevano cura della madre attraverso bagni di piante medicinali per lenire le lacerazioni.
E’ stato emozionante poter dare il benvenuto a questa nuova vita, rassicurandola mentre attendeva di tornare tra le braccia di mamma e papà.
La mattina seguente la famiglia ha preso un taxi per tornare a casa ed io ho sentito in me sciogliersi qualcosa. 

“Davvero è così semplice?”. Le mie paure e convinzioni limitanti riguardo al parto, ai traumi di questo momento hanno lasciato spazio ad una nuova narrativa e alla consapevolezza che esistano modi ancora naturali di accompagnare un parto rispetto a quelli a cui siamo abituate in Italia e che sento molto distanti dal mio sentire.

Oltre a questi potenti insight ricevuti dall’esperienza di assistere al parto, ho anche voluto sperimentare su di me alcuni dei trattamenti offerti per la mia ciste endometriosica e mioma, dalle vaporizzazioni vaginali (che già regolarmente pratico anche a casa) alla sobada (massaggi) e purificazione col tabacco, e ovviamente, la somministrazione di piante medicinali sotto forma di infusioni (quilombo e yawarpanga). 

piante medicinali

La prima notte soprattutto ho vissuto grosse elaborazioni nel mondo onirico, compreso un sogno lucido. Processo molto potente che sono sicura abbia aiutato a sciogliere ulteriormente alcuni blocchi sul piano energetico. I messaggi sono stati forti e chiari.

Il viaggio continua: diplomado di parteria ancestrale

L’ultimo giorno del mio corso mi viene chiesto se ho voglia di cucinare per tutte le mamas. Accetto con gioia visto che per 10 giorni si sono prese cura di me cucinandomi piatti deliziosi. Così decido di proporre un misto tra piatti italiani (bruschetta) e altri più vicini ai loro sapori, come omelette con avocado e zuppa di zucca e ceci.

Lascio la selva con un misto di gratitudine (mi continuavano a dire che ero fortunata perché a volte le studentesse che stanno anche più tempo non riescono a vedere neppure un parto!), meraviglia per tutto quanto vissuto, ma anche sollievo perchè comunque ammetto che l’energia che si muove qui è davvero forte, tanto è vero che chi assiste ad un parto solitamente deve poi fare una purificazione dopo circa 1 settimana.
Riparto con la mia bottiglia di infuso di piante e tanta voglia di approfondire ciò che ho imparato. 

Solo una decina di giorni più tardi, proprio il giorno della luna nuova in ariete (29 marzo) vedo un post su instagram di una pagina che seguo ma a cui non ho mai prestato particolare attenzione. 

Promuove un corso di parteria ancestrale organizzato da Alapar, l’Associazione Latinoamericana di Parteras. Mi incuriosisco e cerco maggiori informazioni. 

In questi ultimi anni ho sperimentato messaggi potenti grazie al sincrodestino perciò sento non essere un caso che appaia questo invito proprio oggi in un momento in cui la luna chiede di porre semi concreti per nuovi inizi.

Dopo un pò di esitazione dovuta ai pensieri limitanti che la mia testa mi propone sui costi, modalità di partecipazione che implica due residenziali (uno a fine settembre in Cile e uno a marzo in Messico), il fatto che sia in lingua spagnola che io ho imparato da poco viaggiando e, non per ultimo, le possibili difficoltà burocratiche per poter praticare questa professione una volta rientrata in Italia, decido di buttarmi. 

Il messaggio è chiaro. 

Anche se non so bene quale forma prenderà e come potrò applicare ciò che imparerò, sento che sia un ennesimo pezzetto di quel cammino di guarigione che sto sperimentando prima di tutto per me stessa e poi per portarlo al servizio di altre Donne.

Sicuramente mi sta fornendo conoscenze e strumenti importanti anche per la fase di accompagnamento alla gravidanza che possono supportare il lavoro più emotivo ed energetico che già stavo offrendo. 

Un’ottima integrazione tra i vari piani (fisico, psicologico, emotivo ed energetico) affinché le donne possano sbloccare la propria energia creativa.

Se senti di voler intraprendere questo tipo di percorso per liberare la tua creatività, non solo biologica, da blocchi energetici e pensieri limitanti o avvicinarti ad un concepimento consapevole e naturale, contattami e sarò felice e onorata di accompagnarti.

Con Amore e in Fiducia,

Simona