Se una persona non conoscesse il reale significato della parola Auto- stop potrebbe pensare ad una parola che indica il bisogno forzato di fermarsi. Tuttavia per ciò che vi racconterò oggi il significato è l’esatto opposto, ovvero una spinta fortissima verso l’alto, verso il mondo dei sogni.
Perché? Ve lo racconto subito!
Viaggiare in autostop in Sudamerica ha trasformato la mia vita regalandomi momenti e amicizie indimenticabili oltre ogni aspettativa. Dell’autostop ne sapevo pochissimo, me ne aveva parlato qualche viaggiatore incontrato durante i miei primi viaggi zaino in spalla tra California e Centro America, ma mai nella vita avrei pensato di renderlo un vero e proprio stile di vita.

Tutti questi viaggiatori dicevano che viaggiare in autostop in Sudamerica funzionava benissimo: bastava mostrare il dito pollice, sorridere e attendere con gioia ciò che la vita avrebbe proposto.
Questa idea stuzzicava la mia fantasia anche se, come spesso accade, non ne ero troppo convinto.
Nel 2017 in Cile avvenne l’impensabile e da quel momento in poi l’attitudine e la fiducia nei miei mezzi si trasformò completamente.
Questa grande trasformazione avvenne un po’ per necessità, un po’ per incoscienza e un po’ per ribellione (in questo articolo racconto delle 10 avventure di viaggio che hanno trasformato la mia vita).
Per necessità perché, come detto in precedenza, non ho mai avuto tanti soldi da poter spendere in viaggio e la mentalità conservativa dei miei genitori mi aveva insegnato a spendere solo il necessario, cercando di risparmiare ovunque fosse possibile.
Incoscienza perché fin da piccoli ci insegnano a “non accettare caramelle dagli sconosciuti”, quando invece il viaggio ti insegna l’esatto opposto, a fidarti di tutta l’abbondanza umana che c’è nel pianeta terra.
Ribellione perché mia mamma mi diceva che si vergognava sapendo che suo figlio stava viaggiando in autostop in Sudamerica chiedendo la carità come se non avesse nemmeno un centesimo.
Mi trovavo a Punta Arenas, nel cuore della Patagonia cilena, e avevo appena speso una fortuna per visitare il famoso Parque Torre del Paine, perciò se avessi continuato di quel passo avrei finito presto tutti i miei soldi.
Cosa fare quindi? Dovevo trovare una soluzione al più presto.
Mi tornarono in mente quei viaggiatori trovati per il mondo che mi parlarono di come viaggiare in autostop in sudamerica fosse molto semplice perciò, decisi di provarci.
L’approccio al mondo dell’autostop non fu una passeggiata, anzi, me la stavo facendo addosso dalla paura.
Avevo un grande timore di chiedere aiuto e pensavo che tutto ciò che stavo facendo fosse una pazzia, nella mia testa continuavo a ripetermi che non ce l’avrei mai fatta.
Il primo obiettivo che mi ero messo in testa non era un gita fuori porta ma un vero e proprio Viaggio degno degli esploratori del passato
Volevo andare da Punta Arenas, in Cile, fino ad Ushuaia in Argentina, viaggiando in autostop in una delle regione più disabitate del mondo, in autostop. 630 km di follia pura. Impossibili da fare in un giorno, forse in 2 o più.
Cominciò così l’avventura più assurda della mia vita, talmente assurda che si realizzò quasi senza sforzo o, per meglio dire, molto più semplicemente di quanto mi aspettassi!

Alla fine furono 3500 km in autostop attraversando l’Argentina da Ushuaia a Buenos Aires, fidandomi ciecamente del mondo e ricevendo talmente tanto affetto da non sapere più dove metterlo.
Di questa avventura ne parlo ampiamente nel mio ultimo libro “In cammino verso Casa”.
Da quel momento in poi ho sempre provato a fare l’autostop in qualsiasi luogo mi trovassi. In Italia, contro ogni pronostico, mi è sempre andata alla grande, mentre in Sudamerica ho avuto fortune alterne. A volte aspettavo 5 minuti, altre volte un paio d’ore, e altre volte non passava proprio nessuno in tutto il giorno.
In Colombia, per esempio, non siamo riusciti a salire su nessun mezzo.
In Ecuador confondevano l’autostop per un taxi e alla fine della corsa ti chiedevano soldi.
In Perù invece credevano che il pollice verso l’alto fosse una forma di saluto e rispondevano alla stessa maniera. Divertente sicuramente, ma poco utile.
In Paraguay, infine, abbiamo vissuto un’avventura pazzesca durata due giorni, 600 km e una decina di mezzi presi.
Partimmo da Villamontes in Bolivia e, grazie ad una serie di eventi fortuiti, arrivammo alla frontiera Bolivia-Paraguay con grande velocità. L’obiettivo era attraversare tutto il Chaco paraguaiano fino ad Asunciòn, passando per alcune delle zone più remote del pianeta terra, vista la scarsissima quantità di gente che ci vive.
Dalla frontiera in poi era il momento di sperimentare nuovamente l’autostop e fin da subito i risultati furono strabilianti.
Prima conoscemmo Rodolfo, un poliziotto della frontiera che appena seppe che eravamo italiani volle aiutarci a tutti i costi. Come? chiedendo ad ogni camion che ci portasse fino ad Asunciòn. I suoi sforzi non ebbero risultato per differenti motivi, ma fu estremamente divertente vedere che chi avrebbe dovuto far rispettare la legge alla fine era il primo che la infrangeva, visto che i camion non potevano trasportare passeggeri senza avere i documenti in regola.
Così Rodolfo prese in mani la situazione e ci portò col suo pick-up fino al posto di blocco militare distante pochi chilometri dalla frontiera. Lì conoscemmo Antonio, un omone di un quintale con un cuore grande.
Ci fece sedere sulla panchina, ci invitò al tereré (bevanda tipica simile al mate argentino, però freddo) e ci disse di non preoccuparci, una soluzione sarebbe presto arrivata.
Antonio era uno showman, non riuscivo a capire tutto ciò che diceva, anche perché a volte mescolava lo spagnolo con il guaranì (lingua indigena del Paraguay) e non ci capivo più niente.
Era molto curioso e voleva sapere tutto dell’Italia, ci chiese addirittura di inviargli un paio di scarponi per il suo lavoro 🙂
Ci trattenemmo con lui ben 3 ore e per un attimo immaginammo che probabilmente non volesse più farci andare via.

Alle 5 di sera, con il tramonto alle porte, arrivò un furgone e ci caricò, destinazione La Patria, distante solamente un’oretta da dove ci trovavamo. Lì dicevano che avremmo trovato alloggio per ripartire comodamente il giorno dopo.
A La Patria però non trovammo niente, tutti gli ostelli erano pieni e non sapevamo più cosa fare. Per un attimo pensammo di chiedere alla polizia di ospitarci per la notte, tuttavia tutto ciò non fu necessario.
Dal nulla all’imbrunire apparve un ragazzotto con le guance rosse, capello biondo e accento spagnolo stranissimo.
Ci chiese di cosa avessimo bisogno, gli spiegammo la situazione e pochi minuti dopo eravamo seduti nella sua auto diretti verso casa sua. Un vero e proprio colpo di fortuna!
Jacob è un ragazzo nato in Paraguay, da genitori tedeschi facenti parte del movimento dei mennoniti, un gruppo religioso protestante arrivato in Paraguay a metà del secolo scorso dove vivono in diverse “colonie” che portano nomi tedeschi.

Non ne avevo mai sentito parlare prima di arrivare in questa parte di mondo e quella notte potemmo entrare in punta di piedi nel mondo mennonita.
Per prima cosa il ragazzo ci disse che aveva casa libera, che potevamo usare la cucina e prendere quello che volevamo. Lui non sarebbe rimasto in casa, perché il richiamo degli amici e soprattutto della birra era troppo forte.
Ci diede appuntamente al giorno dopo e lo vedemmo uscire con camicia a quadri, capello gellato all’indietro, abbronzatura da tedesco in ferie a Bibione e birra in mano.
E pensare che aveva solo diciotto anni.
Solo in seguito capimmo che i mennoniti rifiutano tutto ciò che è moderno e la loro scelta di vita è rivolta a valorizzare uno stile di vita appartenente a decine di anni fa.
Inoltre, hanno una serie di regole che fanno riflettere come il fatto che si possano sposare solamente tra di loro per mantenere la razza pura, pena l’esclusione dalla comunità e dalla famiglia.
Il giorno seguente Jacob ci accompagnò fino alla vicina città di Mariscal, da lì in poi mancavano più di 400 km per arrivare ad Asunción e tutti ci dicevano che non sarebbe stato possibile farlo in un solo giorno.
E invece, una volta a Mariscal trovammo subito un altro passaggio e arrivammo rapidamente fino a Filadelfia, poi un altro per Pozos Colorados, dove pensammo di aver esaurito tutti i bonus della giornata visto che erano le 4 del pomeriggio e arrivare ad Asuncion con il buio non era un’opzione che contemplavamo.
Tuttavia, mai mettere freni alla grazia divina e infatti appena scesi dal passaggio di Pozos Colorados ne trovammo un altro, destinazione? Asunción.
Sembrava incredibile eppure tutto si era connesso alla perfezione, tutti i pezzi del puzzle si erano uniti in un modo talmente facile da non crederci.
Eppure, la parte più adrenalinica della giornata doveva ancora arrivare.
Infatti, una volta approdati alle porte di Asunción con l’ultimo passaggio ci venne detto di attraversare il ponte Remanso a piedi e lì avremmo potuto trovare rifugio per la notte, alle porte della città.
Ci parlarono di un luogo tranquillo ma quello che trovammo fu l’esatto opposto. Un signore con la bicicletta ci vide alla distanza e cominciò a seguirci con fare sospetto, grazie al cielo apparve una stazione della polizia dal nulla e ci salvammo da un probabile furto.
Poi, come se non bastasse questo spavento, arrivammo al centro di Asunción e scendemmo con l’autobus in un quartiere abbastanza desolato, ma dove, dalle indicazioni, sembrava ci fosse un ostello molto carino per noi.
In realtà a quel ostello nessuno rispose e apparve nuovamente un’altra stazione della polizia che ci avvisò che eravamo arrivati nel quartiere più pericoloso di tutta Asunción, la chacarita. Scappammo a gambe levate e trovammo un ostello distante 1 km da lì e pronto ad accoglierci.
Un’avventura senza dubbio tra le più folli della mia vita, fortunatamente conclusa con il lieto fine.
Viaggiare in autostop in Sudamerica si è rivelata un’avventura trasformativa, soprattutto per Simona che lavora da tempo sull’emozione della paura.
Direi che quel giorno ha superato l’esame a pieni voti!

Per concludere posso affermare con certezza che l’autostop è molto praticato in questa parte di mondo dove l’umanità, l’empatia e il contatto umano fanno ancora parte della normalità. Tuttavia, come dappertutto bisogna prendere alcune accortezze che permettano di godere di tutti i benefici di un modo di viaggiare così avventuroso!
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