Ci sono luoghi in cui ti senti immediatamente a Casa. E spesso sono prima di tutto le persone a trasmetterti questa sensazione famigliare.
La Colombia non è stato forse il nostro paese preferito del Sud America in termini di paesaggi e attrazioni (sebbene non siano mancati anche qui luoghi meravigliosi come vi raccontiamo in questo articolo Cosa vedere in Colombia: i nostri 8 luoghi del cuore), però senza dubbio è il paese in cui abbiamo vissuto più esperienze trasformative, proprio grazie agli incontri.
Semi di speranza e famiglia
Abbiamo sentito parlare per la prima volta della Comuna 13 dal nostro amico Dario – The Smiling Traveller che è uno dei sostenitori del progetto.
La Fundación Sembradores de la 13 è stata fondata nel 2008 da Jenny, una donna coraggiosa originaria della Comuna 13 (quartiere di Medellin fortemente afflitto da guerriglia e violenza) sopravvissuta a diversi abusi e soprusi. Jenny ci racconta che ha deciso di aprire questa fondazione per offrire un futuro migliore ai bambini della Comuna partendo dallo sport, radunandoli così intorno ad un campetto di calcio che inizialmente era una discarica ma oggi è un bellissimo centro.
Negli anni ha aiutato sempre più bambini di tutte le età fino ad occuparsi oggi di quasi 400 ragazzi (tra i 4 e 20 anni) che si recano qui ogni giorno non solo per giocare a pallone ma anche per fare i compiti, imparare l’ inglese, giocare, ma soprattutto socializzare e imparare il rispetto e lo stare in gruppo.
Da diversi anni, grazie all’ iniziativa di Simone Piccini, un ragazzo italiano capitato qui durante il suo giro del mondo e innamoratosi del progetto, è stato avviato un programma di “padrinos“ ovvero supporto all’ associazione sullo stile delle adozioni a distanza, ma con un’importante differenza.
Jenny ci ha infatti spiegato che le donazioni non vengono rivolte per supportare un solo bambino perché non vogliono “mercificarli” e soprattutto desiderano che tutti possano avere accesso alle stesse opportunità, quindi vengono impiegate per finanziare l’ intero progetto (comprare palloni e vestiario, libri, cibo, e tutto quanto necessario).
Abbiamo trascorso solo due mezze giornate al centro, Matteo giocando a pallone con i bambini, io disegnando e colorando con le bimbe, e poi partecipando alla festa di Natale in cui alcuni volontari avevano portato doni per tutti.

Vedere la luce negli occhi di questi bambini, la loro educazione e collaborazione, e il grande rispetto che provano verso Jenny ci ha riempito il cuore perciò abbiamo deciso di diventare anche noi padrini.
Dopo l’aborto che abbiamo vissuto pochi mesi prima di iniziare questo viaggio, ci è sembrato un ottimo modo per mettere un seme di speranza perchè in fondo esistono vari modi di essere famiglia.
L’impegno è davvero minimo, si tratta di circa 15 euro al mese, ma che qui possono fare la differenza.
Sono solitamente piuttosto diffidente rispetto al versare soldi in beneficenza, ma in questo caso avendo conosciuto il progetto in prima persona, non ho avuto la minima esitazione.
Se anche tu vuoi contribuire puoi farlo contattando Simone.
Alonso, il campesino illuminato
Dopo aver visto un po’ di cascate nei dintorni di Jardin (trovi i dettagli in questo articolo), abbiamo scelto di passare l’ultimo giorno in tranquillità prima di spostarci a Salento.
Partiamo per una passeggiata senza una reale meta attraversando campi di caffè. La nostra attenzione viene colta da un gatto rosso che mi ricorda tanto Memole, la mia micia mancata a inizio dell’anno.
Proseguiamo fino ad un fiumiciattolo ma decidiamo di rientrare perché non vogliamo fare troppi chilometri e anche perché il meteo sta cambiando.
Rientrando vediamo una bella pianta di limoni, quelli veri, gialli come in Italia, non i soliti lime verdi. Mentre li osserviamo riappare il gatto rosso, e una signora che dal patio di casa ci invita a prendere un paio di frutti dalla pianta.
Chiediamo di poter entrare e iniziamo a chiacchierare. Finché appare anche il marito che si propone di farci vedere il suo terreno parlandoci delle varie piante da frutto, incluso quelle di caffè.

Sono entrambi super accoglienti e ci offrono un sacco di cose, inclusi due platani (tipologia di banana a pasta dura che solitamente si cucina bollita o in padella) con ricotta fresca prodotta da loro. Ci sentiamo grati e quasi in imbarazzo per tanta generosità visto che è evidente vivano in condizioni molto semplici e ci raccontano anche di quanto poco guadagnano.
Siamo sul punto di salutarli quando comincia a diluviare. Chiaro segnale (l’ennesimo della giornata) che l’Universo ha piani diversi. Ci sediamo nel patio a conversare e rimaniamo stupiti dalla conoscenza e sensibilità rara di Alonso.
Parla di luoghi nel mondo in cui non è mai stato come se li conoscesse, sa tutto del tour de France e del vino. Parla del Buddha e di poesia. Eppure non ha mai lasciato il suo paesino. Dice che apprende tutto leggendo e guardando documentari.
E’ curioso, gli mostriamo foto dei nostri luoghi di origine e gli raccontiamo dei nostri viaggi. Sentiamo una connessione profonda come se ci conoscessimo da tempo.
Passano tre ore senza che nemmeno ce ne rendiamo conto. Il tempo sembra essersi sospeso. Visto che ci ha confessato di non essere mai stato al mare gli regaliamo una piccolissima conchiglia raccolta durante il nostro viaggio a San Andres che tenevo nel portafoglio. Commosso ci abbraccia e ci invita a tornare per stare un po’ più di tempo con loro perché è come se fossimo già parte della famiglia.

E’ difficile spiegare quel che abbiamo sentito, ma di certo qui, abbiamo lasciato un piccolo pezzo del nostro cuore.
Ancora oggi a distanza di mesi scambiamo messaggi con Alonso e sua moglie Marta. Li aggiorniamo sul nostro viaggio inviando foto dei luoghi che visitiamo affinché possano continuare a viaggiare e scoprire attraverso i nostri occhi.
Volontariato e guarigione
Poco dopo l’inizio del nostro viaggio abbiamo deciso di iscriverci alla piattaforma Workaway dove è possibile trovare offerte di volontariato di vario tipo in giro per il mondo.
Quando abbiamo cercato la prima volta tra le varie offerte, ce n’è stata una che ha subito colpito la nostra attenzione, non tanto per il tipo di lavoro che come tanti altri chiedeva aiuto in una finca (specie di fattoria/azienda agricola), quanto per il modo in cui era presentata.
Se poi aggiungiamo che nella descrizione i proprietari si presentavano come praticanti di Vipassana (Matteo racconta cos’è il Vipassana in questo articolo), ogni dubbio si è presto dissipato.
Ci accordiamo per stare un paio di settimane a partire dalla metà di gennaio in modo da proseguire poi verso sud e attraversare la frontiera per l’Ecuador. Quello che non ci aspettavamo era che ci saremmo fermati un mese in cui abbiamo vissuto molto più che una semplice esperienza di volontariato.
Dal primo momento abbiamo sentito una gran intesa con Gaby e Philip con cui abbiamo condiviso chiacchiere e riflessioni molto profonde, risate, esperimenti culinari, meditazione, ponendo le basi di una bellissima amicizia.
Le nostre giornate iniziavano preparando a turno la colazione (sempre ricchissima e squisita) durante la quale Gaby ci illustrava le attività del giorno che spaziavano dal raccogliere i frutti come avocado, chachafruto (specie di fava), caffè, al pulire il terreno da erbacce o aiutare con piccoli lavori di costruzione.

Lavoravamo circa 3-4 ore e a turno ci occupavamo del pranzo. Il pomeriggio solitamente era libero, così come due giorni a settimana.
Io e Matteo avevamo una piccola capanna, adiacente alla casa principale, costruita in bio-costruzione con bambù e bagno secco.
Il lavoro ci piaceva e l’ambiente immerso nella natura a 7 km dal centro di San Agustin era perfetto per noi che volevamo un pò rigenerarci dopo due mesi di spostamenti senza tregua.
Non sapevamo però che il vero motivo per cui eravamo arrivati qui era un altro.
Gaby e Philip ci parlano infatti di un medico botanico, Don Clemente, da cui sono in cura da alcuni mesi e che sembra sia molto conosciuto.
Incuriositi decidiamo di andare anche noi il venerdì successivo per una consulta.
Don Clemente riceve due volte a settimana in un piccolo paesino di nome Isnos, a partire dalle 2 di mattina finché non termina la medicina che crea lui stesso mescolando piante medicinali (non psico attive) del paramo e dell’amazzonia.
Arriviamo alle 5 del mattino e ci troviamo di fronte circa 20 persone ognuna con una o più bottiglie di plastica da riempire con la propria medicina.
Attendiamo circa 2 ore e poi è il nostro turno. Tutto si svolge super rapido. Clemente appoggia due dita sul polso e come se stesse canalizzando non so da quale fonte, inizia a fare una lista di tutti i tuoi disturbi senza neppure sapere come ti chiami.
Nel giro di 5 minuti al massimo hai la tua diagnosi e trattamento che consiste nel bere circa 500-800 grammi di medicina a piccole dosi nell’arco di tutta la giornata. Nel frattempo si raccomanda anche di tenere un certo tipo di dieta senza cibi freddi da frigorifero né riscaldati, niente carne di maiale, cibo in scatola, alimenti acidi, e per ognuno alcune piccole aggiunte e specifiche.
A me diagnostica da subito la cisti ovarica e altre cosette minori.
A Matteo problemi di anemia e circolazione che potrebbero essere la causa delle sue mani sempre congelate.
A Barbara, l’altra volontaria francese che era con noi, l’epilessia di cui soffriva da quando era piccola.
Rimaniamo a bocca aperta.
Inizia così la nostra terapia con le piante che nel corso di 4 settimane (eh sì perché poi abbiamo deciso di fermarci due settimane in più proprio per completare il ciclo) hanno portato sanazione più che sul piano fisico su quello energetico ed emotivo mostrandoci tante ombre e mettendoci spesso in difficoltà anche nel nostro rapporto di coppia.
A me ha mostrato tutta la paura della solitudine e l’attaccamento.
A Matteo l’ha messo faccia a faccia con la sua rabbia repressa.
Abbiamo pianto, litigato, messo in discussione tante cose.
E’ stato un viaggio intenso ma necessario, in fondo quando siamo partiti per questo viaggio il nostro intento era stato proprio quello della sanazione, solo che ancora non sapevamo come sarebbe arrivata.
Abbiamo lasciato San Agustin dopo un mese con tanta gratitudine per tutto quanto imparato, dal saper produrre il caffè e l’olio di avocado, a cose molto più profonde di noi stessi. Sicuramente un luogo dove abbiamo lasciato il cuore e che abbiamo chiamato Casa e due amici che speriamo di poter rincontrare in futuro.

La Colombia ci ha offerto tanti spunti e occasioni per il nostro cammino di crescita (ahimé anche diverse disavventure che vi raccontiamo in questo articolo).
Da lì abbiamo incontrato altre situazioni, per esempio per me l’esperienza trasformativa presso la clinica di medicina ancestrale Amupakin in Ecuador dove sono entrata per la prima volta in contatto con la parteria tradizionale (ne parlo in questo articolo) oppure per Matteo l’esperienza di Vipassana vicino a Lima, in Perù.
Il viaggio non smette mai di sorprenderci e come diciamo sempre, viaggiamo fuori ma soprattutto dentro.
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